veterinari al volante
veterinari al volante avatar

On 28 aprile 2012, in Haiti, porto del principe, storie minime, by edotagliani

Port-au-Prince, 25 Aprile 2012

 

Uno dei numeri acrobatici più gettonati al circo dell’emergenza umanitaria è lo “scale up”. Facciamo un esempio: c’è una missioncina carina carina con 4 o 5 espatriati e una settantina di impiegati locali. Diciamo che la missioncina gestisce tre progetti di media taglia in un paio di zone geograficamente vicine.

Poi, un giorno, capita qualcosa.

E purtroppo qualcosa capita spesso nei paesi dove le Ong lavorano.

Una guerra, un ciclone, un’epidemia di colera, un terremoto.

Su il sipario: va in scena lo “scale up”.

E’ il palcoscenico sul quale personalmente sguazzo meglio, quello dell’urgenza pura, senza fronzoli e panzane di sviluppo sostenibile.

In sette giorni si scrivono progetti per milioni di dollari che vengono approvati e finanziati alla velocità della luce. Da 4 espatriati si passa a 30, da 70 dipendenti locali a 1.400, dalla copertura di due zone geografiche contigue all’apertura di nuove basi a distanze siderali. Contatta, compra, affitta, organizza, monta, smonta, assumi.

Di colpo servono 20 gruppi elettrogeni, 200 auto a noleggio, scrivanie, computer, tonnellate di carta, connessioni satellitari, radio, una flotta di camion, scorte di carburante, cibo, acqua potabile, cloro, vestiti, magazzini, depositi, procedure di sicurezza, materassi e zanzariere, motociclette, biciclette, accordi col governo o con ciò che ne resta, piani tecnici, cronogrammi, organigrammi funzionali.

Tutto esplode con la potenza e la sveltezza di un fulmine. Non si dorme e ci si ammazza di caffè, si calcolano e ricalcolano budget, si trasportano e si spendono valige di contanti come fossero noccioline, si percorrono strade mai viste per arrivare in posti mai visti e occupare quasi a forza edifici mai visti (e sempre malconci) che diventano i centri operativi della “intensive emergency phase”.

Nel bel mezzo del totale delirio logistico, si reclutano centinaia di perfetti sconosciuti sulla base dell’analisi di curricula fasulli e di colloqui da 5 minuti 5. L’80% dello staff che lavorerà con te durante i primi 30 giorni, quelli più critici, sarà totalmente incompetente, impreparato, probabilmente sotto chock per lo stesso evento traumatico che sta alla base delle assunzioni di massa. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, quello staff raffazzonato in 48 ore farà danni incalcolabili o froderà, ruberà, tirerà a campare con tutti i mezzi illeciti che un homo sapiens è capace di immaginare. Terrorizzato da quanto gli accade intorno, umanamente e bestialmente, punterà soltanto a soppravvivere.

Il restante 20% di quello stesso staff, è un miracolo di anime. Perché esistono donne e uomini che anche se sono appena caduti in un baratro di cui non vedono il fondo, alzano la testa e reagiscono con una forza troppo grande per qualsiasi aggettivo. Gettano il cuore in aria appena svegli e stanno svegli quasi sempre, ignorano la stanchezza, il dolore, il rischio e si ammazzano di fatica non per un salario, ma per aiutare la loro gente, le loro famiglie, la loro idea di comunità.

Quando si pensa ad un urgenza umanitaria, spesso si sottovaluta l’aspetto legato allo staff. Vista da lontano, un’operazione in zona di crisi può sembrare logisticamente complessa, ma è difficile cogliere chiaramente le sfide legate alle risorse umane che quell’operazione la dovranno gestire.

Diciamo che tutto a un tratto ti servono 10 magazzinieri e 2 responsabili di stock. E ti servono adesso. In 24 ore. E 150 autisti, 60 guardiani, 30 ingegneri civili, 70 infermieri, 50 valutatori (quelli che si infilano nelle zone critiche e raccolgono i dati sulla base dei quali si stabiliranno le priorità d’intervento), 15 logisti, 5 esperti di cartografia, 10 informatici, 200 distributori (quelli che si gettano in mezzo a folle urlanti per fornire cibo, acqua, medicine, vestiti, tende), 5 contabili, 10 cassieri, 150 esperti di sensibilizzazione e formazione (quelli che spiegano alla gente, per esempio, come si usa il cloro per potabilizzare l’acqua o, più semplicemente, come diavolo va fissata una zanzariera per non farsi pungere anche se si dorme sotto un albero), 30 ingegneri idrici, 4 responsabili dei veicoli di flotta, 2 responsabili delle comunicazioni, 50 capi cantiere (chi si occupa dei lavori HIMO (alta intensità di mano d’opera) e chi di quelli più tecnici, 50 responsabili della manovalanza (quelli che gestiscono squadre di 30, 50 o 500 uomini addetti al carico e scarico camion, al trasporto dei materiali in zone non accessibili da alcun automezzo e via dicendo), 3 amministratori e 5 responsabili delle risorse umane (quelli che preparano i contratti, calcolano i salari, tengono il conto dei giorni di ferie e malattia di tutta la banda, affrontano e possibilmente risolvono tutti i problemi contrattuali, le cause di lavoro e quant altro), 4 meccanici, una decina tra cuochi e uomini delle pulizie.

La lista non è esaustiva.

Sembra già abbastanza difficile? Non è finita qui.

Tutta questa masnada di persone la devi assumere nel minor tempo possibile in un contesto di guerra o catastrofe naturale del quale ognuno dei candidati è parte integrante, pulsante, vivente. In un contesto solitamente misero dal punto di vista sociale ed economico, dove tutti o quasi tutti sono poveri in canna e chi ha fatto l’università non ricorda la tabellina del tre.

Quella sarà la tua gente, la gente con la quale affronterai giorni fantastici e orribili, pieni di violenze e meraviglie. La gente che dovrà fidarsi di te e nella quale tu dovrai riporre la tua fiducia per usare al meglio milioni di dollari di denaro pubblico e cercare di fare qualcosa di utile.

Ecco, in poche, approssimative parole, cos’è uno “scale up”.

Non commettere errori è impossibile. Si cerca l’approssimazione in tutto, ben sapendo che l’obbiettivo è quello di mediare tra l’ottimo e il fattibile. Non c’è tempo di pensare, perché mentre pensi la gente muore.

Anche quelli che hai appena assunto. Oggi gli firmi il contratto, domani non sono in ufficio. Ti incazzi, cerchi di rintracciarli e poi scopri che qualcuno li sta seppellendo.

Bisogna fare, agire, muovere le chiappe.

Poi arriveranno gli esperti della “valutazione d’impatto”, quelli che scriveranno un bel rapporto per spiegarti dove e come hai sbagliato. Arrivano alla fine della “intensive emergency phase”, però, quei valutatori lì. Arrivano quando la merda è già spalata e ti spiegano come avresti potuto spalarla meglio. Sono gentili, affabili, sempre sorridenti.

E tu hai sempre voglia di spaccargli la faccia con un bastone di quelli pesanti.

 

Oggi, Camilla ed io, abbiamo cominciato a leggere i curricula delle persone che hanno risposto a diverse offerte d’impiego per l’inizio di un nuovo progetto di ricostruzione a Leogane, epicentro del terremoto che il 12 gennaio del 2010 distrusse Haiti.

Non siamo in “scale up” e non siamo in “intensive emergency phase”, anzi. Ricostruzione: la parola stessa implica l’inizio della fase di sviluppo. L’emergenza erano le tende, le baracche costruite per strada, la voglia di acqua da bere (e ce ne sono ancora tante, di tende e di baracche, e c’è ancora tanta sete, ma si comincia comunque a ricostruire).

Quindi possiamo concederci il lusso di analizzare con relativa calma i CV dei candidati.

Il progetto è piccino. In tutto, circa 70 posti di lavoro.

Abbiamo ricevuto poco meno di 1.700 candidature.

Jean Merilien, 48 anni, originario di Leogane, avrà speso un sacco di soldi per andare in una “segreteria pubblica” (piccoli bugigattoli gestiti da qualcuno che ha la fortuna di possedere e saper usare un computer e un gruppo elettrogeno) per farsi scrivere il curriculum. Denaro in parte gettato, perché le correzioni a penna sono tante: dalla data di nascita al numero dei figli. Il gestore della “segreteria pubblica” si sarà distratto con qualche “cut&paste” di troppo.

Jean Merilien ha risposto all’offerta di lavoro dedicata agli autisti. Ci sono 6 posti e i curricula sono 250. Ma Jean Merilien è uno sincero. Lui è un veterinario e dopo aver lavorato (dove non si sa) per 8 anni come veterinario, adesso sono tre anni che fa (traduzione letterale) “il prelevatore di sangue” all’ospedale di Leogane. Non sa guidare, insomma. Non ha mai fatto l’autista e tanto meno l’autista di fuoristrada su piste in terra. Però, nel curriculum scrive a chiare lettere che lui è uno che impara alla svelta e che ha tanto bisogno di lavorare.

Io adoro lo “scale up”.

Lo “scale up” è difficile, violento, immediato.

Lo “scale up” non ti lascia modo di pensare. Non ti fa leggere fino in fondo il CV di Jean Merilien. Hai troppa fretta, hai troppo poco tempo. Il Cv di Jean Merilien, durante uno “scale up” come si deve, lo guardi di sguincio e lo getti via. Perché la gente muore e tu hai bisogno di autisti che un cazzo di Land Cruiser te lo facciano arrampicare anche su un vetro bagnato.

Oggi, invece, niente “scale up”. Oggi solo i CV di 1.700 disperati Jean Merilien.

Prendiamo le buste ad una ad una. Scriviamo i nomi e le competenze su un file Excel.

Zitti, evitando di guardarci, sappiamo esattamente che cosa pensiamo e quali sogni faremo stanotte.

Sogneremo veterinari al volante.

Sogneremo un mondo meno crudele di quanto lo sia, meno crudele di quanto ci obblighi ad esserlo. Sogneremo un mondo dove Leogane non è una città devastata e Jean Merilien cura gatti siamesi per signore grassoccie.

Un mondo che non ci obbliga a gettare via 1.700 buste zeppe di vite disperate.

Perché ogni busta è una storia. E il mondo, in fondo, è solo la somma di quelle storie lì.

Sogneremo di un mondo che non si getta via.

E poi ci sveglieremo per cercare di capire come raccattarlo, quel mondo che è finito nel cestino dei rifiuti.

Non scoveremo soluzioni geniali, questo e certo.

Resterà solo una cosa, da fare: leggere quei 1.700 CV e trovare il coraggio di scegliere.

Perché di questo, in fondo, si tratta.

Scegliere.

Arriverà comunque un valutatore esterno. Arriverà dopo, poi, alla fine. E ci spiegherà perché abbiamo scelto male.

Lo guarderemo come al solito, con la solita voglia di massacrarlo di botte. Ma anche con la solita certezza: noi abbiamo scelto.

Noi abbiamo pianto, gridato, bestemmiato.

Ma abbiamo scelto.

Share
 

 avatar

On 9 aprile 2012, in Senza categoria, by edotagliani
Siamo andati in vacanza in un posto da sogno. Un posto da benestanti bianchissimi o da neri ricchissimi (una foto tra poco). E per andarci abbiamo preso una barchetta. Al porto, a caricare i nostri bagagli sulla barchetta, c’era il ragazzo con una scarpa sola. L’altra, forse, la trovera’ tra poco, nel giro di rifiuti di domani o chissa’ dove. Per il momento, una scarpa sola va bene. Da ginnastica, collo alto, di marca. Una scarpa sola, per oggi, e’ perfetta.

 

 

Share
 

a volte ritornano – le tende
a volte ritornano – le tende avatar

On 21 marzo 2012, in note a margine, porto del principe, by fiammettacappellini

Due anni dal terremoto (due anni e due mesi per la precisione) e finalmente cominciavamo a sentirci “fuori dal tunnel”, quel lungo tunnel buio della catastrofe, dell’emergenza, della corsa contro il tempo, del life saving, delle tende.

Qualcuno che ad Haiti ci era venuto solo “dopo”, si era sentito fuori dal tunnel molto piu in fretta: 6 mesi canonici e la prima emergenza era stata archiviata. Chi invece in questo Paese aveva la sua vita, ci aveva impiegato di piu: le macerie avevano continuato a ricordare gli amici che non c’erano piu, gli accampamenti avevano continuato ad essere il posto dove vivevano tanti conoscenti. Ma alla fine, dopo oltre due anni e due anniversari celebrati, ammettiamolo, ci sentivamo un po tutti fuori dal tunnel, tornati a fare “cooperazione allo sviluppo”.

Ma a volte ritornano, e per me sono tornate: sono tornate le tende, nei miei pensieri, nelle mie preoccupazioni, nel mio quotidiano.

Che cosa e’ stato? non e’ difficile spiegarlo. Sono state due cose: la pioggia e un amico.

La pioggia, di questa stagione delle piogge stranamente in anticipo, che ha trasformato gli accampamenti rimasti in pozzanghere e poi acquitrini, i bambini in maschere di fango, le tende in lenzuoli fradici e stracciati.

E poi e’ stato un amico. Uno di quelli che adottano a distanza un bambino ma che ci credono veramente e che lo vogliono venire a vedere. E cosi, accompagnandolo a vedere il bambino a distanza, “scopro” che le tende ci sono ancora. Non sono scomparse per magia solo perche sono passati i mesi canonici dei protocolli umanitari, non si sono smaterializzate solo perche la cooperazione internazionale ha chiuso i rubinetti dei fondi per interventi sulla prima emergenza, non sono state naturalmente riassorbite dal ritorno alla normalita.

No. Le tende ci sono ancora e stanno sempre peggio, come sta sempre peggio la gente che ci sta dentro. Perche dentro el tende, la gente c’e’ ancora. Non e’ vero che sono disabitate e abbandonate, non tutte. C’e’ gente che da 26 mesi vive li. bambini che sono nati li e che hanno oltre due anni, donne, anziani, famiglie intere che vivono ammassate in 12 metri quadri da due anni. Ora per di piu in mezzo al fango.

Perche ci siamo arresi? quando e’ stato il momento in cui abbiamo deciso di credere alla bugia che di veri terremotati nelle tende non ce ne stavano piu? quando e perche abbiamo scelto di voltarci dall’altra parte? perche lo abbiamo fatto? perche noi, proprio noi, quelli degli aiuti umanitari e della cooperazione, abbiamo accettato di rallentare il ritmo nonostante le tende siano ancora li?

Non credo ci siano risposte, solo domande.  A volte ritornano, le domande come le tende. Non se n’erano andate, erano solo state cancellate dal nostro orizzonte e dalla nostra memoria, ma non risolte.

Purtroppo.

 

Share
Tagged with:
 

Tutto è bene quel che finisce bene…
Tutto è bene quel che finisce bene… avatar

On 20 dicembre 2011, in africaglia, buone nuove, congo, elezioni, by andreailcujo

anche se forse il titolo più appropriato era: forse stavolta ce l’abbiamo fatta.
Sta di fatto che oggi, martedì 20 dicembre, Joseph Kabila ha prestato giuramento come presidente della RDC sulla base dei risultati dello scrutinio elettorale di inizio mese. Si chiude forse ufficialmente la transizione e si apre una nuova fase (il titolo trovatelo voi), tra tanti timori quasi infondati e qualche sopresa.
OK un pò di violenza c’è stata; frode poi probabilmente si ma insomma … in certi posti si è votato il giorno seguente o anche due giorni dopo perché le urne sono arrivata tardi ma poi voi avete mai visto un congolese in orario?

Ed allora sentendo il discorso di investitura mi vien naturale ripensare agli passati a Uvira e tirare un pò le somme di come la città è cambiata, soprattutto per la gente, durante gli anni passati là. Qualche cambiamento c’è stato, tipo la gente sta fuori fin dopo le 6 di sera, è arrivata l’illuminazione pubblica, la frontiera rimane aperta più a lungo ed ha un nuovo stabile. Penso ai poliziotti che ora hanno tutti la stessa divisa, alla prima salumeria e al primo bar che vende birre del Katanga. La prima banca ha aperto i battenti mentre gli uffici pubblici hanno nuove bandiere (anche se non sanno che farsene), ci sono targhe nuove, ci sono più matrimoni e sono anche più grandi e numerosi, l’ospedale funziona meglio.
La gente inizia a costruire su più piani e le ragazze hanno vestiti e parrucche nuove.
E gli espatriati pian piano se ne vanno, forse il segno migliore che le cose iniziano a girare. Lontana dai discorsi e dai proclami, dalla politica e dai cinq chantier la gente di Uvira ha saputo rimboccarsi le maniche e fare passi avanti e continuerà su questa strada se la pace resisterà.

Visto l’andazzo mi vien quasi di parlare di democrazia…

Come dite? Il principale candidato dell’opposizione si è dichiarato presidente ?

No vi prego , ditemi che è uno scherzo !!!

Share
 

Quando Ramadan vuol dire brik
Quando Ramadan vuol dire brik avatar

On 10 agosto 2011, in Senza categoria, by micol

La notte di San Lorenzo a Tunisi passa inosservata e in questo dieci agosto duemilaundici si ricorda soltanto che oggi è il decimo giorno di Ramadan. A parte le uova dell’immancabile brik che appesantiscono ogni giorno di più, le giornate passano tranquille tra spese forsennate al mercato, siesta prolungata, preghiere e uscite serali.

Come dire, il Ramadan è come il Natale, solo che dura un mese (ahimé!). Le pietanze, l’aria di festa, i preparativi, il chehya tayba con cui ci si saluta augurandosi un buon pasto in attesa della rottura del digiuno, la cena tutti insieme, la telenovela girata appositamente per il Ramadan, il saha sheribtek che tutti pronunciano vicendevolmente dopo aver mangiato, non si concludono in una sera ma si ripetono, quasi allo stesso modo, per un mese intero. A parte il precetto religioso del Ramadan (terzo dovere dei musulmani), ognuno decide autonomamente perché privarsi di acqua e cibo fino al calar del sole. Chi sceglie di purificarsi fisicamente per un mese intero, chi si immedesima nei poveri che non hanno acqua né cibo, chi investe nel mese sacro per purificarsi dai peccati commessi durante l’anno. Il Ramadan, infatti, è un mese di purificazione di corpo e mente. Non si deve litigare, non si deve parlare male degli altri, non si devono commettere cioé nemmeno quei peccati “banali” legati all’imperfetta natura umana.

È un dato di fatto che digiunare per un mese intero richieda un certo impegno, una certa costanza, una certa convinzione e non ci si può limitare a liquidare il tutto dicendo che sia soltanto una tradizione da seguire. La cosa che osservo con più ammirazione è la costanza con cui tutti, dal meno istruito al più intellettuale, imbandiscono la tavola con le pietanze tipiche della cena di Ramadan e non le sfiorano nemmeno con un dito se non dopo aver udito l’Allah Akbar del muezzin che annuncia la rottura del digiuno. E quando si mangia, dopo non aver né mangiato né bevuto nulla dalla notte prima, lo si fa con un’innaturale nonchalance che desta la mia curiosità, appunto.
Dal canto mio, ho imparato che Ramadan a Tunisi vuol dire brik, “involtino” infarcito di uova e fritto in olio rovente, e medina, la zona più viva del centro che si anima fino al mattino solo durante questo mese. Tra le note dolenti, durante tutto il mese, come a ricordare che l’economia non lascia passare nulla, i prezzi aumentano in tutti i locali che, nonostante tutto, di sera sono pieni di gente.
Qui a Tunisi qualcosa è cambiato dallo scorso anno ma il Ramadan è sempre lo stesso. Vero è, però, che le moschee, soprattutto la moschea al-Zaytūna, la principale della città, sono piene di gente per la preghiera collettiva della sera. Questa è una delle differenze più rilevanti rispetto agli anni passati. Ma forse è meglio che questa notizia non arrivi oltremare.
Il mese di Ramadan è anche il mese della solidarietà e i musulmani sono esortati a fare più attenzione ai meno fortunati tanto che ogni anno la Croce Rossa qui a Tunisi allestiva una mensa per i poveri. Quest’anno, però, sembra che non ci sia trippa per gatti sia perché tutti i viveri sono finiti in Libia sia perché non si può più contare sugli eventi plateali finanziati da Ben Ali per fare bella mostra di sé. Lo slogan sarebbe ‘almeno con Ben Ali i poveri avevano da mangiare durante il Ramadan’. Adesso, in assenza dello sponsor, scarseggia anche il cibo. Triste ma vero.
Concentrandomi su aspetti più frivoli, mi chiedo banalmente se qui le stelle cadono in questo decimo giorno di Ramadan con il Corano in sottofondo…

(lo trovate anche su http://ladroolevie.blogspot.com/)

Share
Tagged with:
 

aereo che vieni aereo che vai
aereo che vieni aereo che vai avatar

On 23 luglio 2011, in africaglia, congo, notizie flash, ricostruzione, by andreailcujo

ultimamente la sifga si abbatte con vigore su chi viaggia in aereo in RDC. La scorsa settimana un aereo della compagnia Hewa Bora, la più grande compagnia locale, si è schiantato all’atterraggio all’aereoporto di Kisangani. Il bilancio è di una ottantina di morti. Tra le cause dell’incidente, ancora da accertare, sembra che l’aereo abbia mancato la pista perchè mal guidato da due stagisti alla torre di controllo…

E’ il quarto incidente aereo in Drc negli ultimi 12 mesi. Evidentemente la stabilità e le prospettive di pace e sviluppo fanno perdere la testa agli aviatori congolesi.

Viste le premesse dell’esplorazione dei cieli negli anni ’60 forse è il caso di occuparsi di cose terra-terra. pole pole.

Si non … il faut pousser!!!

Share
Tagged with:
 

aux retrouvailles
aux retrouvailles avatar

On 17 luglio 2011, in amici, casa, roba da expat & simili, by alessandro

è tanto che non scrivo, e non senza una ragione. mio nonno mi ha insegnato a tacere, se non si ha da dire.

il caso ha voluto che in questa fredda città dove sono arrivato, e dove starò per un po’, rincontrassi un amico di vecchia data. congolese, ma non l’ho incontrato in congo. era espatriato come me, ad Haiti. era arrivato molto prima di me, quando ancora sparavano sulle macchine bianche e nere. una di quelle poi me l’hanno bruciata. il dativo è d’obbligo, perché quella UN 20058 era un po’ mia.

“faccio un lavoro strano, vedo gente in quantità”

per un po’, abbiamo condiviso la stessa casa, e lui mi parlava della sua visione delle cose, della gente, e soprattutto delle ragazze. e io ridevo, e non lo capivo in fondo, perché in africa non c’ero mai ancora stato. vederlo ora a bruxelles, dopo 6 anni, è stato un piacere immenso. la mia prima missione tornata a galla, dopo 6 anni. in mezzo, una vita. vissuta come in una bella canzone. un paese strano. un mestiere strano. legami che durano tutta una vita, per una ragione o per l’altra.

adesso ho deciso che basta, ne ho avuto abbastanza, ho cambiato pelle, ho messo il vestito buono e lavoro in ufficio. ma questo mestiere, di cui leggete avventure, cose ridicole, tragiche, ti cresce sotto pelle, ed è pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. ed è il mestiere più bello del mondo, per davvero, non come gli altri.

 

Share
 

“Edmooooooond!!! vieni a vedere che disastro hai combinato!”

” cosa succede madame?”

“il pick-up! non hai scaricato le coperte dal pick up, stanotte e’ piovuto e guarda ora che disastro! saremo costretti a buttarle via, un intero carico da buttare”

madame, ma ieri sera siamo rientrati che era proprio tardi, era buio, non c’era piu nessuno, non potevo scaricare tutto da solo”

“si vabbeh, ma vi ho detto mille volte di coprire il cassone con la cerata che senno quando piove si infradicia tutto”

madame, ma tu non hai detto che stanotte sarebbe piovuto”

….

“Crispin, devi dare una svegliata ai tuoi autisti. Ieri sera Edmond non ha scaricato il pick up e nemmeno ha coperto il carico, stanotte e’ piovuto e ora l’intero carico e’ da buttare. non si possono fare errori di questo tipo!”

“Eh, e’ un problema madame…. effettivamente… pero qualcuno aveva detto a Edmond che sarebbe piovuto”

“………..(censura)…..” “Crispin, nessuno sapeva che sarebbe piovuto, ma e’ la stagione delle piogge, e’ logico che piova! c’e’ almeno il 50% di possibilita che piova ogni notte!”

“eh, beh, allora direi che possiamo sgridare Edmond al 50%, no?”

Lo sviluppo di questo Paese e’ ancora un miraggio lontano lontano…

Share
Tagged with:
 

storie di altri
storie di altri avatar

On 15 giugno 2011, in guerra, profughi, ricostruzione, Senza categoria, storie minime, by andreailcujo

Come spesso capita a tanti di noi, quando si va in un nuovo paese si passa in rassegna la letteratura giornalistica, ci si carica l’hard disk di film e documentari e si caricano 3-4 libri da leggere per conoscere un pò meglio e provare di capire il nuovo contesto in cui si andrà a lavorare.

Ecco, se vi capita di dover leggere qualcosa sull’Afghanistan io sono rimasto impressionato dalla storia raccontata da Khaled Hosseini nel suo “Mille Splendidi Soli”. Una storia di coraggio, fratellanza, speranza e forza di volontà incredibile. Una storia positiva che è anche meglio del suo preecessore “Il cacciatore di aquiloni”.

Un libro che sa raccontare tante lezioni in una storia. Prima tra tutte (e questa la rubo a qualcuno) che le donne la guerra sanno curarla, non crearla. Un racconto di persone con nomi di fantasia ma che corrisponde alla vita di qualche milione di persone. Dicono che ci faranno un film anche di questo. Il film c’è già, è la vedere, dal vivo…

Share
Tagged with:
 

A Tunisi, di maggio
A Tunisi, di maggio avatar

On 26 maggio 2011, in Senza categoria, by micol

Dopo l’adozione della parità uomo-donna nella composizione delle liste elettorali approvata a grande maggioranza l’undici aprile scorso, tutto sembrava volgere al meglio nel tortuoso cammino verso le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente previste ancora per il 24 luglio. Il sole all’orizzonte, il caldo ancora sopportabile e i primi turisti che iniziavano a rianimare i negozietti della medina rimasti a lungo deserti, facevano da corollario a piacevoli giornate di primavera. Anche Hassen é arrivato, questa volta in aereo peró. Dopo essere stato rimpatriato da Lampedusa, ci ha messo qualche settimana prima di uscire da casa e adesso scorazza, come era solito fare anche prima, tra le viuzze del quartiere come se nulla fosse cambiato. Ma chissà come si sente veramente Hassen. Quando é passato a salutarci dopo il rientro da Lampedusa, non riuscivo a guardarlo negli occhi, il suo sguardo era spento, provato, vuoto. Tratteneva l’emozione e non riusciva a cogliere il mio disagio, quello di un’italiana quasi della sua stessa età che si sentiva un po’ colpevole per aver anche inconsciamente alimentato quel suo cosciente sogno di partire per poi riportarlo indietro. Quando cerco di parlargli discretamente, quello che mi colpisce in lui é che sa che tornerà a sfidare la sua condizione. Sorridendo, mi dice che lui avrebbe soltanto voluto vedere Londra e che, In šā’ Allāh, in estate riuscirà ad arrivarci. Io che lo conosco mi dico che lo farà con un altro barcone anche se lui mi fa credere che ci tornerà con un visto. Lasciamo che sia il silenzio a fare il resto.

Non so’ se Hassen sappia cosa stia accadendo in questi giorni nelle vie del centro di Tunisi, lui che nella sua quotidianità si allontana a fatica dal quartiere. Eppure le manifestazioni sembravano aver preso di nuovo un ritmo costante. Ma sono durate tre o quattro giorni, adesso sembrano essere tornate in stand-by. É bastata la pubblicazione di un video su internet per far vacillare ancora la precaria stabilità politica della Tunisia. Il cinque maggio, infatti, é stata caricata su facebook un’intervista all’ex Ministro dell’Interno, Farhat Rajhi, nominato all’indomani della partenza di Ben Ali e poi costretto alle dimissioni dall’attuale governo. Nonostante l’intenzione di Rajdi fosse quella di esprimere il suo parere rispetto alla situazione attuale, la popolazione gli ha subito creduto e il giorno dopo, puntuale come un orologio svizzero, manifestava davanti al Ministero dell’Interno per richiedere ancora una volta le dimissioni dell’attuale governo. In Siria, un giornale di regime, Tishrin, ha affermato che “la forma più sublime di libertà è la sicurezza della patria”, frase che forse il governo tunisino condividerebbe in pieno considerata la velocità con la quale le forze dell’ordine, ben armate di tenuta antisommossa, passamontagna e manganelli o addirittura rudimentali bastoni di legno, sono intervenute a reprimere i manifestanti. Non ho mai capito come da un passamontagna, un bastone e una divisa si possa arrivare alla cosiddetta democrazia, eppure, rileggendo la storia, sembra essere una tappa forzata. Ogni volta che si presenta un problema politico o sociale, ci si illude che la repressione sia più efficace dell’ascolto. E invece sarebbe bello se, per una volta, ci fosse un governo disposto ad ascoltare. Quel che mi piace ma che mi fa sinceramente anche paura di questa rivoluzione tunisina é la forza del popolo. Per la per prima volta, il governo tunisino é ‘costretto’ ad obbedire alla volontà della popolazione che oggi più che mai é disposta a scendere in piazza e a protestare contro un sistema che continua a non considerarne l’esistenza, i diritti e le priorità. E la popolazione é compatta e determinata nel raggiungere l’obiettivo: scioperano gli avvocati come gli spazzini come gli impiegati delle istituzioni pubbliche. Tutti fanno rete pubblicando in continuazione le riprese dei video girati durante le manifestazioni da ogni angolo delle vie del centro. Tutti insieme vorrebbero solo far capire al governo che per poter governare é necessaria la fiducia del popolo. Perché é vero che nulla cambierà mai fino in fondo e che la democrazia resterà un’utopia ma che almeno la popolazione ne sia parte senza essere completamente ignorata.

Estratto dell’articolo pubblicato sul numero 184 di Una Città

 

 

Share
 

scuole e dintorni
scuole e dintorni avatar

On 23 maggio 2011, in differenze, profughi, ricostruzione, by andreailcujo

Mohammad vive da sei mei a Yakawlang,  nella provincia di Bamiyan. E’ rientrato  nel suo paese dopo 5 anni di esilio in Iran, dove era arrivato dopo altri 5 anni in Pakistan ed era stato cacciato. E’ tornato perchè l’istruzione per lui a Teheran era diventata troppo costosa e non si sentiva a suo agio in Iran. Lui vuole contribuire alla ricostruzione del suo paese e vuole diventare insegnante.

E’ arrivato con qualche coetaneo e stanno finendo la scuola secondaria seppur tra mille difficoltà. Le loro famiglie sono rimaste in Iran perchè c’è più lavoro mentre al loro villaggio natale difficilmente riuscirebbero ad avere indietro la loro terra.

Il rientro per Mohammad e i suoi coetanei non è stato facile. Il loro livello di educazione in certe materie è di gran lunga superiore a quello della media provinciale e regolarmente si trovano a correggere i professori. Il loro inglese è meglio della media degli studenti delle superiori italiani. Eppure hanno grandi difficoltà a comunicare nelle lingue ufficiali dell’Afghanistan, il Dari e il Pashto. E anche nella storia e geografia nazionale sono praticamente a zero. Tutti requisiti per poter andare all’università e realizzare il sogno di diventare insegnanti e dottori. Ridendo mi dice che appena arrivato, quando provava a parlare Dari e gli usciva il Farsi tutti si mettevano a ridere e a prenderlo in giro.

Mohammad e i suoi amici ce la faranno. Ce la vogliono fare perchè quello che hanno trovato al ritorno è un pò diverso da quello che gli hanno raccontato e non vogliono arrendersi perchè vogliono che i loro figli non studino nelle stesse condizioni dei loro coetanei qua sotto…

Se oltre agli insegnanti ci fossero anche le scuole sarebbe naturalmente meglio, ma vabbè, un passo alla volta.

Share
Tagged with:
 

C’era una volta la guerra
C’era una volta la guerra avatar

On 11 maggio 2011, in buone nuove, ricostruzione, by andreailcujo

La valle del Panjshir, per decine di anni, non ha conosciuto altro che la guerra. Prima contro i sovietici, poi contro i taliban.  Due guerre dal prezzo umano elevatissimo, che non è stato ancora del tutto pagato.

Però un giorno la gente della valle ha deciso di sedersi ad un tavolo e far prevalere la ragione, perchè spararsi tra fratelli a loro è parso stupido e nefasto.

Da allora i cannoni arrugginiscono e non fanno più paura a nessuno e i fucili sono usati solo per la caccia. La gente prova a vivere una vita nuova: strade, elettricità, scuole e i cari vecchi campi di grano, i gelsi e le mandrie di capre, che hanno la precedenza sulle macchine quando attraversano la strada.

I bambini nelle scuole sognano quasi tutti di fare l’insegnante, qualcuno il dottore, uno il calciatore e un altro il veterinario, perchè gli piace il latte. Le bambine, sempre più avanti, vogliono andare tutte all’università ma ancora hanno le idee poco chiare.

All’uscita delle scuole elementari qualcuno si azzarda sui pattini in linea, attraversando i mercati a nuovo gremiti di frutta, verdure e cianfrusaglie. Le repliche tarocche delle magliette del Milan e del Real sono più dei giubbotti militari esposti.

E il venerdì, dopo la preghiera si va tutti a fare il picnic sul fiume, almeno nel tratto liberato dalle mine.

panjshir valley

panjshir valley

Ora la guerra, almeno qua, la rinchiudono in un museo, perchè non ritorni.

Che meraviglia quando la gente vuole vivere in pace.

Share
Tagged with:
 

dialoghi surreali #2
dialoghi surreali #2 avatar

On 7 maggio 2011, in note a margine, porto del principe, storie minime, by fiammettacappellini

“Pronto madame….”

“Ciao Attila (il nome e’ gia tutto un programma….) dimmi, che succede?”

“Madame, mi hanno arrestato, mi devi aiutare”

“Arrestato?? e che cosa avresti fatto?”

“Dicono che ho picchiato una donna, e il marito mi ha denunciato”

“ed e’ vero?”

“Madame, e’ una storia lunga…” (quindi: SI, e’ vero)

Attila, hai litigato con una ragazza e il marito ti ha denunciato per averla picchiata?”

“No, madame, mi ha denunciato perche e’ sua moglie, solo lui ha il diritto di picchiarla”

“……”

Share
Tagged with:
 

In waiting call for elections.
In waiting call for elections. avatar

On 6 maggio 2011, in tunisia, by micol

Probabilmente si arriverà alle elezioni. Di sicuro non si arriverà incolumi alle elezioni. Mancano poco più di due mesi al voto per l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente fissato per la fine di luglio e la situazione del Paese continua ad essere altalenante.

Ieri é stata pubblicata su facebook un’intervista all’ex Ministro dell’Interno, Farhat Rajhi, nominato dopo la dipartita di Ben Ali e poi costretto alle dimissioni dall’attuale governo. Il video ha suscitato molto clamore perché Rajhi ha affrontato alcuni temi tabù della politica interna della Tunisia e, in sostanza, ha voluto puntare il dito contro il governo ancora imbastito di corruzione. Per questo motivo, la gente é scesa di nuovo in strada e su Avenue Bourguiba oggi c’era più gente del solito.

Come avviene ormai ogni giorno dal mese di gennaio, in centro si riuniscono vari gruppetti di persone sparsi qua e là che discutono, analizzano, scherzano e si scambiano opinioni senza stare seduti banalmente davanti ad un caffé. Partecipano alla vita pubblica, in sostanza. E oggi, forse per paura che si ripetessero gli scontri di gennaio, non appena i manifestanti hanno cominciato a fare capolino in centro, la polizia é scesa in strada per reprimere la folla con la stessa violenza usata fino alla partenza di Ben Ali. Ancora tenuta antisommossa, lacrimogeni, manganelli, polizia in ogni angolo, agenti in borghese con il volto coperto da passamontagna e una telecamera del Ministero dell’Interno intenta a riprendere tutti i passanti e ogni movimento nel centro di Tunisi. Mi ha urtato il sistema nervoso vedere un manganello colpire ripetutamente e con veemenza la testa, o forse il corpo, di un ragazzo rinchiuso in una camionetta della polizia. Da quel che mi hanno spiegato, sembra che ci sia una parte della popolazione particolarmente attenta alle manifestazioni in centro perché ogni volta che c’é movimento, alcuni ne approfittano per infiltrarsi tra i manifestanti e tentare scippi e rapine. Oggi é stato il centro commerciale che si affaccia su Avenue Bourguiba ad essere preso di mira dai ladri, questo spiegherebbe il dispiegamento di forze e la violenza da parte della polizia. Sarà vero?

Nel frattempo, in seguito alle dichiarazioni di ieri da parte dell’ex Ministro dell’Interno, la polizia ha reagito con le pallottole non solo a Tunisi ma anche in altre zone del Paese come Kairouan e Sfax.

Share
 

Stasera mi sento un po’ confusa.

Sto vedendo Uomini di Dio, un film sull’omicidio di sette monaci francesi in uno sperduto villaggio algerino ad opera di un gruppo di terroristi islamici durante gli anni novanta. Proprio oggi che un kamikaze sembra essersi fatto esplodere a Marrakech, proprio poco tempo dopo l’uccisione di Vittorio Arrigoni, proprio dopo aver appreso che l’Italia ha bombardato la Libia e che in Siria un sacco di civili continuano a morire. E in tutto questo, tra le righe, sembra che alcuni negozi saranno aperti il primo maggio. Come puó un lavoratore accettare di lavorare il primo maggio? O, forse, come puó un datore di lavoro non vergognarsi nel chiedere ad un impiegato di lavorare il primo maggio? Forse aveva ragione Gandhi quando diceva che se tutti smettessero di obbedire si farebbe presto a fare una rivoluzione senza urla, né pianti, né spari…e io non capisco bene dove stiamo andando…

Share